In questi giorni la mia parola d'ordine è
decluttering. Far pulizia di tutto quello che di ingombrante, inutile, inutilizzato, inutilizzabile e (soprattutto per me) insignificante si è accumulato in casa.
Benché a prima vista possa darne l'idea, il
decluttering non è propriamente un riordino di armadi e scaffali, una meccanica cernita per far posto ad altre (forse) inutili masserizie; è principalmente un atteggiamento mentale.
Decluttering porta infatti in primo piano non l'idea di "pulizie di primavera", bensì quella della "rimozione" di quanto viene considerato
clutter, ossia ingombro, accumulo di cose inutili che, come erbacce, hanno iniziato a soffocare il metaforico giardino (più che l'abitazione, il proprio porsi nei confronti del vivere quotidiano).
Dicevo che il
decluttering è soprattutto un atteggiamento mentale. Viene infatti consigliato per ritrovare appunto i propri spazi e riprendere in mano le redini della quotidianità sbarazzandosi di oggetti "parassiti". Non si tratta dunque di rinunciare al superfluo, perché chi ha stabilito che il superfluo è dannoso? Un cristallo di quarzo rosa è superfluo per la mia esistenza, ma mi abbellisce il tavolino in soggiorno e, facendolo, mi dà piacere ogni volta che entro nella stanza.
Ecco, io ho la sensazione che il nocciolo del
decluttering sia questo: eliminare non tanto il superfluo, quanto il "dannoso", tutto quello che, come un parassita appunto, sottrae qualcosa (spazio, attenzione, libertà) alla mia esistenza senza offrirmi alcunché in cambio. Proprio per questo non sempre nitido confine tra dannoso e superfluo penso che il
decluttering richieda un'attenzione che va al di là del "butto, no tengo". Per non rischiare, nella frenesia dell'operazione, di gettare oggetti con un valore pratico scarso o nullo, ma con una densità affettiva pari a quella di una nana bianca.
E in italiano siamo capaci di produrre qualcosa che non sia l'adozione del termine inglese o un improponibile
declutterare?