Ilaria Dal Brun - traduzione e comunicazione
 
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Quando, nel secolo scorso, ho cominciato a muovere i primi passi nell'Amazzonia della lingua inglese, mi è stato spiegato tra le prime cose che il pronome di terza persona singolare it era neutro e si applicava a oggetti e animali. Indicare un animale con he or she garantiva una puntigliosa correzione con relativo voto in meno. Non so se le grammatiche di oggi facciano ancora questa alquanto rigida distinzione; so però che l'evoluzione di una lingua la si misura anche dalle occhiatacce che ricevi quando definisci "it" il gatto-figlio della tua padrona di casa.

 
 
Translation and Interpreting in the Digital Age: Perspectives on Practice and Research (21st October 2011)
Centre for Translation, Interpreting & Intercultural Studies, University of Salford, UK
Submission form available here.

 
 
I was wondering, is there a word for someone who "squats" in the comments of a no longer updated blog and fill them with spam? I don't mean the occasional spam comment, I mean loads of them systematically. I just visited a blog that hasn't been updated for a couple of years and I saw that its last post was full of spam comments. Ther owner had probably given up on her blog and spammers were taking advantage of it. I'd love to know if there's a term for that.
 
 
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Tradurre in italiano il concetto di spelling non è generalmente semplice. La difficoltà non sta nel rendere in italiano la parola di per sé, bensì nel fatto che spesso a "spelling" il testo inglese fa seguire una serie di simpatici esempi che costringono il traduttore a piroette linguistiche per spiegare - senza togliere troppo spazio o visibilità all'autore - perché lo spelling inglese sia più complesso (e in qualche modo diverso) del nostrano "sillabare". Ed è proprio negli esempi che il traduttore rischia il capitombolo. Perché talvolta, armato di buone intenzioni verso il lettore, sceglie giustamente di "localizzare" nei limiti del possibile questi esempi.
Trovo che andare incontro al lettore per evitargli per esempio la pappardella sull'incidenza degli omofoni inglesi presentandogli esempi intuitivi sia encomiabile, ma rischioso. Il problema è che in italiano di omofoni ne esistono pochi, ragion per cui il traduttore che crede di individuarne una coppia è felicissimo e se la tiene stretta, senza osare controllare che si tratti veramente di omofoni e non di omografi con diversa pronuncia. Nel contesto, un esempio come "legge vs. legge" trae in inganno il traduttore che, magari per influenze dialettali, non si accorge della differenza di pronuncia ("lègge" nel caso della forma flessa di "leggere" e "légge" per dire norma giuridica). La buona notizia è che un qualsiasi dizionario monolingue dovrebbe riportare la diversa accentazione. In caso contrario, può essere d'aiuto il DOP.

 
 
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Aprendo giusto per sfizio un ricettario di dolci altoatesini e tedeschi (la maggior parte dei quali non credo di avere la pazienza di fare), mi sono imbattuta in una ricetta per la torta Foresta Nera (Schwarzwälder Kirschtorte) che tra gli ingredienti riportava, poco coerentemente, "liquore di ciliegie" e, poco più in basso, "16 ciliege" (sic). Memore della lezioncina che curiosamente mi porto dietro dalle elementari (io ho frequentato le elementari, eh, non la "primaria"), ho subito alzato il sopracciglio. La regoletta vuole infatti che il plurale dei nomi in -cia e -gia con i atona sia -cie e -gie se c e g sono precedute da vocale e in -ce e -ge se precedute da consonante. Viene però fatto notare che si tratta di una regola "di comodo" che non assolve necessariamente a una funzione, come testimonia il fatto che le variazioni nella grafia del plurale in questione sono ormai accettate.*
Pur concordando con la sua empiricità, trovo che una certa utilità questa regola ce l'abbia, nello specifico perché permette appunto di dare coerenza al testo. In altre parole, nel momento in cui decido il plurale di tutti i miei nomi in -cia e -gia con i atona basandomi su un dato criterio, evito la trappola del "e adesso come lo scrivo? Boh, l'uno o l'altro fa lo stesso" che, onestamente, trasmette un senso di sciatteria. Insomma, ben vengano le regolette della maestra, se servono a mettere un po' d'ordine (ordine, non rigidità) in uno scritto.
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* Accettano inoltre la doppia grafia (ciliegie e ciliege) il Devoto-Oli 2008, lo Zingarelli 2008, il Gabrielli online e il Sabatini-Coletti online.

 

Charades

12/03/2011

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Linguistica Antverpiensia NS - Themes in Translation Studies 11/2012
Translation and knowledge mediation in medical and health settings
Call for papers in pdf available here.
 
 
Ringrazio Anna Pietribiasi, PR, copywriter, traduttrice e creativa imprenditrice, per l'ospitalità che mi ha offerto.
 
 
Grazie mille a Marcella, traduttrice, appassionata di cucina (e di relativi problemi terminologici) e grande estimatrice di tè, per aver lanciato il sasso nello stagno e avermi ospitato nel suo blog.
 
 
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In questi giorni la mia parola d'ordine è decluttering. Far pulizia di tutto quello che di ingombrante, inutile, inutilizzato, inutilizzabile e (soprattutto per me) insignificante si è accumulato in casa.
Benché a prima vista possa darne l'idea, il decluttering non è propriamente un riordino di armadi e scaffali, una meccanica cernita per far posto ad altre (forse) inutili masserizie; è principalmente un atteggiamento mentale. Decluttering porta infatti in primo piano non l'idea di "pulizie di primavera", bensì quella della "rimozione" di quanto viene considerato clutter, ossia ingombro, accumulo di cose inutili che, come erbacce, hanno iniziato a soffocare il metaforico giardino (più che l'abitazione, il proprio porsi nei confronti del vivere quotidiano).
Dicevo che il decluttering è soprattutto un atteggiamento mentale. Viene infatti consigliato per ritrovare appunto i propri spazi e riprendere in mano le redini della quotidianità sbarazzandosi di oggetti "parassiti". Non si tratta dunque di rinunciare al superfluo, perché chi ha stabilito che il superfluo è dannoso? Un cristallo di quarzo rosa è superfluo per la mia esistenza, ma mi abbellisce il tavolino in soggiorno e, facendolo, mi dà piacere ogni volta che entro nella stanza.
Ecco, io ho la sensazione che il nocciolo del decluttering sia questo: eliminare non tanto il superfluo, quanto il "dannoso", tutto quello che, come un parassita appunto, sottrae qualcosa (spazio, attenzione, libertà) alla mia esistenza senza offrirmi alcunché in cambio. Proprio per questo non sempre nitido confine tra dannoso e superfluo penso che il decluttering richieda un'attenzione che va al di là del "butto, no tengo". Per non rischiare, nella frenesia dell'operazione, di gettare oggetti con un valore pratico scarso o nullo, ma con una densità affettiva pari a quella di una nana bianca.
E in italiano siamo capaci di produrre qualcosa che non sia l'adozione del termine inglese o un improponibile declutterare?