Ilaria Dal Brun - traduzione e comunicazione
 
Esiste una regoletta che credo insegnino fin dai primi anni di scuola e che suggerisce di non raddoppiare la z di parole contenenti -zia, -zio e -zione. Nessun problema con democrazia, azionario, nazione; è intuitivo che un'eventuale doppia z stonerebbe come lo sciroppo su un gelato già troppo ricco. Ma, come spiega la Crusca, si tratta di una "regola" circoscritta, applicabile a vocaboli di derivazione greca e latina. Ecco perché - esemplifica sempre la Crusca - ci troviamo parole come pazzia o interrazziale (di quest'ultima, a onor del vero, Treccani online e Devoto-Oli 2008 offrono anche la versione con una z sola, che però rimanda a quella con due z).
Questa mattina ho quindi osservato perplessa l'uso che il sito del Comune faceva (o non faceva, forse) di questa regoletta, riportando un "prezziario" (inteso come listino prezzi) che fa riflettere. Pur considerando la specificità della regola, mi risulta che il termine "di partenza" - prezzo - abbia di fatto un'origine latina. I dizionari sopra citati, più il Gabrielli online e lo Zingarelli 2008, escludono l'esistenza di prezziario, ma puntualizzano anche che preziario, oltre a essere poco comune, è un aggettivo riferito al prezzo. Meglio allora, quando si vuol parlare di cose concrete come il valore di beni mobili e immobili, liberarsi della scomoda (e inesatta) i e giocare sul sicuro, con un tranquillo (si spera) prezzario.
 
 
Translation and Memory: A workshop conference in collaboration with the British Comparative Literature Association (5 November 2011)
School of Languages and Area Studies (SLAS), University of Portsmouth, UK.
Deadline for abstract submission: 30 June 2011.
 
 
La piramide della precisione, riportata da Luisa Carrada, e uno scambio di commenti per alcune schede di promozione mi hanno fatto capire l'importanza di andare al sodo nelle prime righe, quando si vuole ottenere qualcosa. Chi legge decine o centinaia di scritti che propongono in termini accattivanti la tal cosa allo scopo di "venderla", non ha tempo (né, magari, voglia) di andarsi a cercare gli effettivi pregi o vantaggi alla fine della pagina.
Ecco perché oggi, sfogliando l'annuncio di un'università inglese che cercava candidati a una lecturership, sono rimasta sorpresa dalla forma scelta. Dato che l'annuncio sottolineava una proroga per l'invio del cv, ho pensato che forse non erano ancora riusciti a trovare il candidato adatto. Una ragione in più per esprimere chiaramente e fin da subito le proprie richieste. "Vogliamo un candidato che sia X e faccia Y". Punto e stop. Invece mi sono trovata davanti un pdf di 14 pagine 14, in cui i requisiti comparivano in appendice, dopo aver sfogliato una decina di pagine d'informazioni che potevano benissimo essere date in seguito.
Io capisco che una posizione del genere possa essere ambita e dunque far spendere al potenziale candidato qualche minuto in più a leggere l'annuncio, ma non sarebbe stato meglio per tutti andare subito al punto? Il tempo è prezioso per chi scrive, per chi legge e per chi si troverà una marea di cv non rispondenti ai requisiti, perché magari chi li ha inviati dopo 14 pagine aveva già perso la strada di casa.
 
 
Le note del traduttore (N.d.T.), mi spiegavano ai corsi, sono quelle cose che il traduttore aggiunge al testo quando alza bandiera bianca, quando cioè si arrende al fatto che il termine, il gioco linguistico o semplicemente il contesto non permettono una soluzione da introdurre quatti quatti nella traduzione fingendo di aver risolto il problema. Sono dunque un modo che il traduttore ha di dire: "Ehi, guardate che state leggendo una traduzione e che, in questo caso, devo uscire allo scoperto spiegandovi il termine o l'espressione perché intraducibili o comunque concettualmente troppo lontani [come se il resto invece filasse liscio]".
Corsi a parte, si tratta naturalmente di un lecito accorgimento cui il traduttore può ricorrere qualora lo ritenga importante per la comprensione e la scorrevolezza del testo. E qui sta proprio il punto. Lo scopo di una nota a piè di pagina dev'essere quello di facilitare la comprensione del testo, fornendo informazioni che servano a delucidare un qualcosa di poco noto e, talvolta lasciato in lingua originale. Può capitare, magari per eccesso di zelo, di abbondare con le note, aggiungendole anche là dove non servirebbero. A mio parere, si tratta di un peccato veniale che alla fin fine danno non fa.
Di recente in un testo ho però buttato l'occhio su una nota che mi ha lasciato davvero perplessa. La nota in questione si prefiggeva di spiegare un concetto che, per mancanza di traducenti adeguati, si era scelto di mantenere in lingua originale. Fin qui, nulla di nuovo. A darmi da pensare (e da scrivere!) è stato il fatto che la nota introduceva un altro elemento, anch'esso non tradotto, che nel testo originale non c'era, che non aveva motivo di esserci e soprattutto che era altrettanto oscuro a chi ha poca dimestichezza con la lingua di partenza. In altre parole, anziché spiegare complicava le cose al lettore aggiungendo arbitrariamente un elemento che avrebbe richiesto esso stesso una nota del traduttore per essere chiarito.
Trovo questa scelta un grosso azzardo, un ostacolo alla comunicazione e una "picconata" all'utilità della nota come strumento. Ripeto: la nota del traduttore deve facilitare la comprensione, non renderla più oscura di quello che è.