Ilaria Dal Brun - traduzione e comunicazione
 
Esiste una regoletta che credo insegnino fin dai primi anni di scuola e che suggerisce di non raddoppiare la z di parole contenenti -zia, -zio e -zione. Nessun problema con democrazia, azionario, nazione; è intuitivo che un'eventuale doppia z stonerebbe come lo sciroppo su un gelato già troppo ricco. Ma, come spiega la Crusca, si tratta di una "regola" circoscritta, applicabile a vocaboli di derivazione greca e latina. Ecco perché - esemplifica sempre la Crusca - ci troviamo parole come pazzia o interrazziale (di quest'ultima, a onor del vero, Treccani online e Devoto-Oli 2008 offrono anche la versione con una z sola, che però rimanda a quella con due z).
Questa mattina ho quindi osservato perplessa l'uso che il sito del Comune faceva (o non faceva, forse) di questa regoletta, riportando un "prezziario" (inteso come listino prezzi) che fa riflettere. Pur considerando la specificità della regola, mi risulta che il termine "di partenza" - prezzo - abbia di fatto un'origine latina. I dizionari sopra citati, più il Gabrielli online e lo Zingarelli 2008, escludono l'esistenza di prezziario, ma puntualizzano anche che preziario, oltre a essere poco comune, è un aggettivo riferito al prezzo. Meglio allora, quando si vuol parlare di cose concrete come il valore di beni mobili e immobili, liberarsi della scomoda (e inesatta) i e giocare sul sicuro, con un tranquillo (si spera) prezzario.
 
 
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Quando, nel secolo scorso, ho cominciato a muovere i primi passi nell'Amazzonia della lingua inglese, mi è stato spiegato tra le prime cose che il pronome di terza persona singolare it era neutro e si applicava a oggetti e animali. Indicare un animale con he or she garantiva una puntigliosa correzione con relativo voto in meno. Non so se le grammatiche di oggi facciano ancora questa alquanto rigida distinzione; so però che l'evoluzione di una lingua la si misura anche dalle occhiatacce che ricevi quando definisci "it" il gatto-figlio della tua padrona di casa.

 
 
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Aprendo giusto per sfizio un ricettario di dolci altoatesini e tedeschi (la maggior parte dei quali non credo di avere la pazienza di fare), mi sono imbattuta in una ricetta per la torta Foresta Nera (Schwarzwälder Kirschtorte) che tra gli ingredienti riportava, poco coerentemente, "liquore di ciliegie" e, poco più in basso, "16 ciliege" (sic). Memore della lezioncina che curiosamente mi porto dietro dalle elementari (io ho frequentato le elementari, eh, non la "primaria"), ho subito alzato il sopracciglio. La regoletta vuole infatti che il plurale dei nomi in -cia e -gia con i atona sia -cie e -gie se c e g sono precedute da vocale e in -ce e -ge se precedute da consonante. Viene però fatto notare che si tratta di una regola "di comodo" che non assolve necessariamente a una funzione, come testimonia il fatto che le variazioni nella grafia del plurale in questione sono ormai accettate.*
Pur concordando con la sua empiricità, trovo che una certa utilità questa regola ce l'abbia, nello specifico perché permette appunto di dare coerenza al testo. In altre parole, nel momento in cui decido il plurale di tutti i miei nomi in -cia e -gia con i atona basandomi su un dato criterio, evito la trappola del "e adesso come lo scrivo? Boh, l'uno o l'altro fa lo stesso" che, onestamente, trasmette un senso di sciatteria. Insomma, ben vengano le regolette della maestra, se servono a mettere un po' d'ordine (ordine, non rigidità) in uno scritto.
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* Accettano inoltre la doppia grafia (ciliegie e ciliege) il Devoto-Oli 2008, lo Zingarelli 2008, il Gabrielli online e il Sabatini-Coletti online.