Ilaria Dal Brun - traduzione e comunicazione
 
La piramide della precisione, riportata da Luisa Carrada, e uno scambio di commenti per alcune schede di promozione mi hanno fatto capire l'importanza di andare al sodo nelle prime righe, quando si vuole ottenere qualcosa. Chi legge decine o centinaia di scritti che propongono in termini accattivanti la tal cosa allo scopo di "venderla", non ha tempo (né, magari, voglia) di andarsi a cercare gli effettivi pregi o vantaggi alla fine della pagina.
Ecco perché oggi, sfogliando l'annuncio di un'università inglese che cercava candidati a una lecturership, sono rimasta sorpresa dalla forma scelta. Dato che l'annuncio sottolineava una proroga per l'invio del cv, ho pensato che forse non erano ancora riusciti a trovare il candidato adatto. Una ragione in più per esprimere chiaramente e fin da subito le proprie richieste. "Vogliamo un candidato che sia X e faccia Y". Punto e stop. Invece mi sono trovata davanti un pdf di 14 pagine 14, in cui i requisiti comparivano in appendice, dopo aver sfogliato una decina di pagine d'informazioni che potevano benissimo essere date in seguito.
Io capisco che una posizione del genere possa essere ambita e dunque far spendere al potenziale candidato qualche minuto in più a leggere l'annuncio, ma non sarebbe stato meglio per tutti andare subito al punto? Il tempo è prezioso per chi scrive, per chi legge e per chi si troverà una marea di cv non rispondenti ai requisiti, perché magari chi li ha inviati dopo 14 pagine aveva già perso la strada di casa.
 
 
Se ne vedevano molti di più quando ero pusilla e mio nonno mi portava a fare il giro dei bar. Uno spritz (quello originale: vino bianco, acqua frizzante e scorzetta di limone in un biccherino mignon) per lui, qualcosa di cui ho vaghi ricordi per me. E dietro al vetro del bancone, gli spuncioti.
Per capire il concetto di spuncioto occorre rifarsi al verbo spunciare, ossia pungere. Si tratta infatti, almeno in origine, di bocconcini sui quali è infilzato uno stuzzicadente, per agevolarne il transito dal piattino alla bocca. Bocconcini, dicevo. Come lo sono i cicheti veneziani. E le tapas spagnole, vorrei aggiungere.
Il tutto, se vogliamo, riversato nel calderone degli stuzzichini "ammazzappetito" che altrove hanno sostituito il pasto vero e proprio, trasformandosi in finger food. Così, in questo calderone, sembrano indicare concetti analoghi. Ma alla fine, come per gli arrosticini, scopri che non è vero. Perché non parlano solo di cibo, ma anche di cultura, di lingua, di dialetto, di località e di paesaggi diversi. E forse, anche di altre epoche.
 
 
Leggo su un quotidiano locale il programma - in italiano - di un convegno che si svolgerà a breve. E mi cade l'occhio su un coffe [sic] break di metà mattina. Ora, capisco che dire "pausa caffè" faccia troppo (non sia mai!) classe impiegatizia, ma era davvero necessario cercare di dar lustro al programma con un inutile ricorso all'inglese, facendo oltretutto la figura degli sciattoni, dato il refuso? "Intervallo" suonava troppo ordinario? Vedo poi che il programma della mattinata si conclude con un lunch. Dire "pranzo" fa troppo pensionati in gita di bella stagione? Ma soprattutto mi corre un brivido lungo la schiena. Perché i lunch delle conferenze (inglesi) cui ho partecipato io erano spesso e volentieri sbobbe immangiabili.
 
 
Picture
Oggi il Doodle di Google è proprio carino: nei colori richiama quasi una gelateria americana anni Cinquanta e ricorda la prima comparsa del gelato "sundae". Il sundae altro non è che una coppa con una o più palline di gelato ricoperte di panna montata e guarnizioni varie: sciroppi, amarene, granella di nocciole e chi più ne ha più ne metta.
Da bambina, durante le vacanze estive trascorse con abitudine quasi gattesca sui lidi veneziani, il rito del gelato era per me - pelle e ossa da provocare costante ansia in famiglia - sempre molto piacevole. Le gelaterie già allora mi deliziavano con un lungo e variopinto elenco di coppe, ma la mia famiglia si orientava immancabilmente verso una coppa molto simile al sundae e con un nome orrendo: la nafta. Ignoro chi e perché abbia battezzato una squisita coppa con il nome di un carburante, e mi domando se anche adesso che frequento poco le gelaterie ce ne sia qualcuna ancora pronta a pubblicare sul suo menù la foto di una bella e spumosa coppa seguita dal nome "nafta". Probabilmente no. Meglio così. Meglio lasciare la nafta ai ricordi. E conservarla intatta nei sapori e negli affetti.

 
 
Picture
In questi giorni la mia parola d'ordine è decluttering. Far pulizia di tutto quello che di ingombrante, inutile, inutilizzato, inutilizzabile e (soprattutto per me) insignificante si è accumulato in casa.
Benché a prima vista possa darne l'idea, il decluttering non è propriamente un riordino di armadi e scaffali, una meccanica cernita per far posto ad altre (forse) inutili masserizie; è principalmente un atteggiamento mentale. Decluttering porta infatti in primo piano non l'idea di "pulizie di primavera", bensì quella della "rimozione" di quanto viene considerato clutter, ossia ingombro, accumulo di cose inutili che, come erbacce, hanno iniziato a soffocare il metaforico giardino (più che l'abitazione, il proprio porsi nei confronti del vivere quotidiano).
Dicevo che il decluttering è soprattutto un atteggiamento mentale. Viene infatti consigliato per ritrovare appunto i propri spazi e riprendere in mano le redini della quotidianità sbarazzandosi di oggetti "parassiti". Non si tratta dunque di rinunciare al superfluo, perché chi ha stabilito che il superfluo è dannoso? Un cristallo di quarzo rosa è superfluo per la mia esistenza, ma mi abbellisce il tavolino in soggiorno e, facendolo, mi dà piacere ogni volta che entro nella stanza.
Ecco, io ho la sensazione che il nocciolo del decluttering sia questo: eliminare non tanto il superfluo, quanto il "dannoso", tutto quello che, come un parassita appunto, sottrae qualcosa (spazio, attenzione, libertà) alla mia esistenza senza offrirmi alcunché in cambio. Proprio per questo non sempre nitido confine tra dannoso e superfluo penso che il decluttering richieda un'attenzione che va al di là del "butto, no tengo". Per non rischiare, nella frenesia dell'operazione, di gettare oggetti con un valore pratico scarso o nullo, ma con una densità affettiva pari a quella di una nana bianca.
E in italiano siamo capaci di produrre qualcosa che non sia l'adozione del termine inglese o un improponibile declutterare?

 
 
Picture
Qualche anno fa mi chiedevo se fosse possibile in determinati contesti usare quark, alimento reperibile in Italia, per "tradurre" il francese fromage blanc, spesso una spina nel fianco delle mie traduzioni. La risposta alla fine faceva scendere maggiormente il piatto del "no", essendo "quark" troppo specifico di una cultura diversa e nel contempo non italiana.
Lo stesso dubbio mi è sorto un po' di tempo fa, quando ho cercato di spiegare a un amico non italiano cosa fossero gli arrosticini. "Uhm, una specie di kebab, direi". In effetti a livello di sostanza, forma e materie prime si somigliavano molto: spiedino l'uno, spiedino l'altro, agnello l'uno, potenziale agnello l'altro, tutti e due alla brace. Ma la mia "traduzione" strideva e, soprattutto, sembrava quasi togliere sapore al piatto.
Strideva perché avevo cercato di infilzare in un spiedino dalla connotazione specifica una pietanza altrettanto specifica ma, ahimè, di cultura e tradizioni diverse. Toglieva sapore perché nel farlo  l'avevo spogliata di tutte le sue connotazioni culturali, perché avevo per l'appunto preso un piatto troppo tipico e l'avevo innestato in un altro piatto altrettanto tipico, quantunque più diffuso. Un innesto che non avrebbe prodotto frutti. Men che meno una nuova pianta.


 
Basta una B 22/02/2011
 
Picture
Una cosa mi piace dell'inglese: che per cucire nuove parole a volte basta poco, un orletto qui, un paio di polsini nuovi lì, quattro bottoni di madreperla e via.
Basta poco, sì. Una lettera, in qualche caso.
Leggendo questo articolo ho sinceramente ammirato l'agilità con cui da un concetto esistente, advocacy, si può balzare al suo opposto... aggiungendo una B. Badvocacy. Bad advocacy.
Ho detto che mi piace? Sì, certo. Fino al momento in cui magari mi capiterà di tradurlo. Allora maledirò l'inglese, i suoi cubi linguistici di Rubik nei quali non va mai a posto nulla, i suoi condensati di significato densi come dado da minestra che l'italiano brodoso allunga, perché sennò è come tuffare il cucchiaio in un vasetto di miso e infilarselo in bocca convinti che sia Nutella.
Maledirò e comincerò a pensare che badvocacy forse non è poi così elettrizzante.

 
 
Picture
Qualche giorno fa, davanti a un paragrafo sui francesi alicaments, ho potuto constatare ancora una volta quanto la ricerca di un traducente "fedele" spesso s'infranga contro le intenzioni (e magari anche la confusione, aggiungiamocelo) del testo originale e il ventaglio dei traducenti a disposizione.
In alicament si prendono abbastanza intuitivamente per mano aliment (alimento) e médicament (medicinale, farmaco), ma il modo in cui lo fanno lascia spazio alla discussione.
Di cosa si tratta, alla fin fine? Benché la risposta non possa dirsi univoca, per la maggiore sembra andare l'idea che si tratti di alimenti funzionali (aliments fonctionnels/functional foods), ossia alimenti con particolari proprietà (aggiunte o naturali) viste come benefiche per la salute: frutta e verdura, per esempio, ma anche yogurt con probiotici e uova con omega-3. Capita però anche di imbattersi in una poco chiara assimilazione (v. anche i termini proposti dalla banca dati Termium Plus) di alicament e nutraceutique (nutraceuticals/nutraceutici), termine quest'ultimo che in realtà indicherebbe la sostanza attiva presente nell'alimento in questione.
Certo è vero che le differenze tra francese di Francia e francese quebecchese contribuiscono alla poca chiarezza (Francia = possibile preferenza per alicament, Québec = preferenza per aliment fonctionnel). Ma l'italiano non è da meno e ci serve "alimenti funzionali", "nutraceutici" e magari anche "farmalimenti" (pharma foods?) talvolta nello stesso piatto.
A mio avviso, non si tratta di una confusione dovuta a superficialità o a un poco accorto uso dei termini, bensì alla nebbia che ancora avvolge questi concetti e che è in parte dovuta alla rapidità con cui il mercato "della salute" evolve e si espande. Del resto, una plausibile risposta alla suddetta bruma terminologica ce la dà Le grand dictionnaire terminologique:

Il existe actuellement une confusion notionnelle et terminologique marquée autour des aliments, produits ou substances réputés avoir un effet préventif ou bénéfique pour la santé. Cette confusion est en grande partie due à l'absence de consensus international sur le sens des différents termes qui ont surgi pour les désigner (nutraceutiques, alicaments, aliments fonctionnels, nutraceuticals, functional foods, pharmafoods, designer foods, pour n'en nommer que quelques-uns), de même qu'à l'inexistence de réglementation en cette matière.

 
Upcycling 15/02/2011
 
Picture
Avere tra le mani un oggetto magari di poco valore o comunque non più utilizzabile e trasformarlo. Sì, ma... con creatività. È questa l'idea che muove il concetto di upcycling, una sorta di riciclo in cui a far la parte del leone è appunto l'inventiva, la fantasia, il colpo di genio, perché no. L'upcycling si delinea dunque come un sottoinsieme del riciclo il cui fil rouge è dato dal valore aggiunto dell'oggetto rielaborato, il quale diventa qualcosa non semplicemente da riutilizzare, bensì da riutilizzare con orgoglio. Insomma, riciclo sì, ma con una marcia in più.
E l'italiano come si comporterà? Metterà in atto un "upcycling" terminologico? Per il momento, non sembra. La tendenza infatti oscilla tra l'adozione del termine inglese (ormai noto agli addetti ai lavori) e una sua traduzione - riciclo creativo - che se da un lato può sembrare parafrastica, dall'altro pone l'accento su un particolare aspetto del processo, finendo con il mascherarne l'idea racchiusa dal quell'"up", vale a dire confezionare un oggetto la cui caratteristica principale è il maggior valore che acquista. Oltretutto viene da chiedersi: se l'upcycling è creativo, il downcycling cosa sarà?