Ilaria Dal Brun - traduzione e comunicazione
 
Ero consapevole dell’esistenza dell’alquanto risibile termine “sgambettamento”, riferito alle aree recintate che vari Comuni mettono a disposizione dei cani e dei loro proprietari. L’idea che all’animale venga data la possibilità, all’interno di queste aree, di sgranchirsi senza la costrizione del guinzaglio si riflette certamente in quello “sgambettare” forse solo un po’ troppo umano, ma a me trasmette invariabilmente l’immagine di un cagnettino smilzo che muove frenetico quattro “stuzzicadenti”. Sia quel che sia, le ho comunque sempre chiamate “aree di sgambettamento cani”. Adesso invece scopro che un nome più preciso ce l’hanno. Si chiamerebbero “sgambatoi”. E insomma io torno a casa, faccio un fischio al mio ipotetico Fido e gli annuncio: “Dai che oggi andiamo allo sgambatoio”. Non so perché, ma ho la sensazione che Fido mi guarderebbe come dire? Un po' in cagnesco.
 
 
Me ne stavo quasi dimenticando, poi qualcuno mi ha ricordato che oggi dovrebbe ricorrere il Groundhog Day, tradizione popolare della Pennsylvania che ha come protagonista una marmotta incaricata di rivelare l’andamento della stagione. Se la marmotta vede la sua ombra uscendo dalla tana (ergo, se c’è il sole), l’inverno proseguirà per altre sei settimane.
 Me ne stavo quasi dimenticando, dicevo, non perché di norma ricordi facilmente l’evento di una marmotta meteorologa, ma perché il 2 febbraio è – in questi lidi – il giorno della Candelora, quello per cui qui nel Veneto si diceva che “de l’inverno semo fora”. Sempre che non piova o tiri vento, com’è il caso oggi, perché allora “de l’inverno semo dentro”. Il brutto tempo del 2 febbraio predirebbe insomma altro brutto tempo a venire. Ecco quindi che le candele ribattono alla marmotta con argomenti opposti. Chi vincerà? Beh, per quanto io sia legata alla Candelora dal ricordo della filastrocca imparata e ripetuta ad nauseam alle elementari, l’idea che con il brutto tempo la primavera sia alle porte non è da scartare. Oltremanica suona così:

If Candlemas Day be fair and bright
Winter will have another fight.
If Candlemas Day brings cloud and rain,
Winter won't come again.


E l’Oltralpe gli fa eco:

Quand pour la Chandeleur le soleil est brillant,
Il fait plus froid après qu'avant.


Ma bisogna dire che, in Francia come presumo in Italia, regione che vai, Candelora che trovi!

 
 
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Sì, lo ammetto, sono rimasta abbastanza interdetta dal cartello ritratto nella fotografia qui a fianco. Abituata ai consueti "menù a prezzo fisso" delle strade di provincia, questo "menù operaio" mi lascia stupita e divertita nel contempo. Lo indico al mio compagno di viaggio, il quale pur forte di un ventennale uso della lingua francese scopre per la prima volta l'espressione. Ci scherziamo sopra: non è che per consumare quel pasto occorre presentare la tessera del partito? E se quello è il menù operaio, quello "borghese" come mai sarà? Arricchito di frutta e dessert? Già pregusto quello aristocratico...
Ma sto pensando all'italiana, cioè secondo una concezione che, generalmente parlando, vede con un certo fastidio le classi sociali, soprattutto quelle alla base della piramide. La classe operaia è un qualcosa cui è stato dato un nome ma non un corpo; per lo meno, non un corpo solido quanto quello d'oltralpe. Appartenere alla classe operaia non è bello, in Italia, non fa "snob". Se per sbaglio vi appartieni, cerchi di nasconderlo come meglio puoi. Un ristoratore italiano che esponga il cartello "menù operaio" si darebbe la zappa sui piedi da solo. Chi "si abbasserebbe" a mangiare da lui? Vada per la cucina casalinga, vada per la trattoria "da nonna Berta", vada per tutto ciò che evoca sapori di casa, di tradizione e del bel tempo che fu. Ma il menù operaio proprio no, scherziamo? Alla meglio, rischiamo di vederci rifilare il rancio della mensa.
E invece, nella Francia che in qualche angolo del cuore ha ancora vivo l'ardore socialista, nella Francia che ricorda con nostalgia la "Deuxch" e guarda con sospetto - per non dire con ostilità - a chi guida un SUV, nella Francia che "borghesia" è una parolaccia, nella Francia che tuttora, magari solo a parole, si gloria dell'idea di "popolo" il "menù operaio" fa la sua dignitosa figura. L'italiano si vergogna di essere operaio, il francese ne va fiero. Per cui io "repas ouvrier" mi guarderei bene dal tradurlo alla lettera. Giusto così, perché il cliente ha sempre ragione. Al di là e al di qua delle Alpi.

P.S.: al ristorante dove ci siamo fermati più tardi abbiamo chiesto il significato di quella scritta vista qualche chilometro prima. La ragazza è apparsa divertita, ma ci ha detto che probabilmente si tratta di un menù più semplice del solito, studiato appunto per chi lavora e vuole mangiare bene senza troppe complicazioni culinarie.

 
 
La piramide della precisione, riportata da Luisa Carrada, e uno scambio di commenti per alcune schede di promozione mi hanno fatto capire l'importanza di andare al sodo nelle prime righe, quando si vuole ottenere qualcosa. Chi legge decine o centinaia di scritti che propongono in termini accattivanti la tal cosa allo scopo di "venderla", non ha tempo (né, magari, voglia) di andarsi a cercare gli effettivi pregi o vantaggi alla fine della pagina.
Ecco perché oggi, sfogliando l'annuncio di un'università inglese che cercava candidati a una lecturership, sono rimasta sorpresa dalla forma scelta. Dato che l'annuncio sottolineava una proroga per l'invio del cv, ho pensato che forse non erano ancora riusciti a trovare il candidato adatto. Una ragione in più per esprimere chiaramente e fin da subito le proprie richieste. "Vogliamo un candidato che sia X e faccia Y". Punto e stop. Invece mi sono trovata davanti un pdf di 14 pagine 14, in cui i requisiti comparivano in appendice, dopo aver sfogliato una decina di pagine d'informazioni che potevano benissimo essere date in seguito.
Io capisco che una posizione del genere possa essere ambita e dunque far spendere al potenziale candidato qualche minuto in più a leggere l'annuncio, ma non sarebbe stato meglio per tutti andare subito al punto? Il tempo è prezioso per chi scrive, per chi legge e per chi si troverà una marea di cv non rispondenti ai requisiti, perché magari chi li ha inviati dopo 14 pagine aveva già perso la strada di casa.
 
 
Se ne vedevano molti di più quando ero pusilla e mio nonno mi portava a fare il giro dei bar. Uno spritz (quello originale: vino bianco, acqua frizzante e scorzetta di limone in un biccherino mignon) per lui, qualcosa di cui ho vaghi ricordi per me. E dietro al vetro del bancone, gli spuncioti.
Per capire il concetto di spuncioto occorre rifarsi al verbo spunciare, ossia pungere. Si tratta infatti, almeno in origine, di bocconcini sui quali è infilzato uno stuzzicadente, per agevolarne il transito dal piattino alla bocca. Bocconcini, dicevo. Come lo sono i cicheti veneziani. E le tapas spagnole, vorrei aggiungere.
Il tutto, se vogliamo, riversato nel calderone degli stuzzichini "ammazzappetito" che altrove hanno sostituito il pasto vero e proprio, trasformandosi in finger food. Così, in questo calderone, sembrano indicare concetti analoghi. Ma alla fine, come per gli arrosticini, scopri che non è vero. Perché non parlano solo di cibo, ma anche di cultura, di lingua, di dialetto, di località e di paesaggi diversi. E forse, anche di altre epoche.
 
 
Leggo su un quotidiano locale il programma - in italiano - di un convegno che si svolgerà a breve. E mi cade l'occhio su un coffe [sic] break di metà mattina. Ora, capisco che dire "pausa caffè" faccia troppo (non sia mai!) classe impiegatizia, ma era davvero necessario cercare di dar lustro al programma con un inutile ricorso all'inglese, facendo oltretutto la figura degli sciattoni, dato il refuso? "Intervallo" suonava troppo ordinario? Vedo poi che il programma della mattinata si conclude con un lunch. Dire "pranzo" fa troppo pensionati in gita di bella stagione? Ma soprattutto mi corre un brivido lungo la schiena. Perché i lunch delle conferenze (inglesi) cui ho partecipato io erano spesso e volentieri sbobbe immangiabili.
 
 
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Oggi il Doodle di Google è proprio carino: nei colori richiama quasi una gelateria americana anni Cinquanta e ricorda la prima comparsa del gelato "sundae". Il sundae altro non è che una coppa con una o più palline di gelato ricoperte di panna montata e guarnizioni varie: sciroppi, amarene, granella di nocciole e chi più ne ha più ne metta.
Da bambina, durante le vacanze estive trascorse con abitudine quasi gattesca sui lidi veneziani, il rito del gelato era per me - pelle e ossa da provocare costante ansia in famiglia - sempre molto piacevole. Le gelaterie già allora mi deliziavano con un lungo e variopinto elenco di coppe, ma la mia famiglia si orientava immancabilmente verso una coppa molto simile al sundae e con un nome orrendo: la nafta. Ignoro chi e perché abbia battezzato una squisita coppa con il nome di un carburante, e mi domando se anche adesso che frequento poco le gelaterie ce ne sia qualcuna ancora pronta a pubblicare sul suo menù la foto di una bella e spumosa coppa seguita dal nome "nafta". Probabilmente no. Meglio così. Meglio lasciare la nafta ai ricordi. E conservarla intatta nei sapori e negli affetti.

 
 
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In questi giorni la mia parola d'ordine è decluttering. Far pulizia di tutto quello che di ingombrante, inutile, inutilizzato, inutilizzabile e (soprattutto per me) insignificante si è accumulato in casa.
Benché a prima vista possa darne l'idea, il decluttering non è propriamente un riordino di armadi e scaffali, una meccanica cernita per far posto ad altre (forse) inutili masserizie; è principalmente un atteggiamento mentale. Decluttering porta infatti in primo piano non l'idea di "pulizie di primavera", bensì quella della "rimozione" di quanto viene considerato clutter, ossia ingombro, accumulo di cose inutili che, come erbacce, hanno iniziato a soffocare il metaforico giardino (più che l'abitazione, il proprio porsi nei confronti del vivere quotidiano).
Dicevo che il decluttering è soprattutto un atteggiamento mentale. Viene infatti consigliato per ritrovare appunto i propri spazi e riprendere in mano le redini della quotidianità sbarazzandosi di oggetti "parassiti". Non si tratta dunque di rinunciare al superfluo, perché chi ha stabilito che il superfluo è dannoso? Un cristallo di quarzo rosa è superfluo per la mia esistenza, ma mi abbellisce il tavolino in soggiorno e, facendolo, mi dà piacere ogni volta che entro nella stanza.
Ecco, io ho la sensazione che il nocciolo del decluttering sia questo: eliminare non tanto il superfluo, quanto il "dannoso", tutto quello che, come un parassita appunto, sottrae qualcosa (spazio, attenzione, libertà) alla mia esistenza senza offrirmi alcunché in cambio. Proprio per questo non sempre nitido confine tra dannoso e superfluo penso che il decluttering richieda un'attenzione che va al di là del "butto, no tengo". Per non rischiare, nella frenesia dell'operazione, di gettare oggetti con un valore pratico scarso o nullo, ma con una densità affettiva pari a quella di una nana bianca.
E in italiano siamo capaci di produrre qualcosa che non sia l'adozione del termine inglese o un improponibile declutterare?

 
 
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Qualche anno fa mi chiedevo se fosse possibile in determinati contesti usare quark, alimento reperibile in Italia, per "tradurre" il francese fromage blanc, spesso una spina nel fianco delle mie traduzioni. La risposta alla fine faceva scendere maggiormente il piatto del "no", essendo "quark" troppo specifico di una cultura diversa e nel contempo non italiana.
Lo stesso dubbio mi è sorto un po' di tempo fa, quando ho cercato di spiegare a un amico non italiano cosa fossero gli arrosticini. "Uhm, una specie di kebab, direi". In effetti a livello di sostanza, forma e materie prime si somigliavano molto: spiedino l'uno, spiedino l'altro, agnello l'uno, potenziale agnello l'altro, tutti e due alla brace. Ma la mia "traduzione" strideva e, soprattutto, sembrava quasi togliere sapore al piatto.
Strideva perché avevo cercato di infilzare in un spiedino dalla connotazione specifica una pietanza altrettanto specifica ma, ahimè, di cultura e tradizioni diverse. Toglieva sapore perché nel farlo  l'avevo spogliata di tutte le sue connotazioni culturali, perché avevo per l'appunto preso un piatto troppo tipico e l'avevo innestato in un altro piatto altrettanto tipico, quantunque più diffuso. Un innesto che non avrebbe prodotto frutti. Men che meno una nuova pianta.


 
 
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Una cosa mi piace dell'inglese: che per cucire nuove parole a volte basta poco, un orletto qui, un paio di polsini nuovi lì, quattro bottoni di madreperla e via.
Basta poco, sì. Una lettera, in qualche caso.
Leggendo questo articolo ho sinceramente ammirato l'agilità con cui da un concetto esistente, advocacy, si può balzare al suo opposto... aggiungendo una B. Badvocacy. Bad advocacy.
Ho detto che mi piace? Sì, certo. Fino al momento in cui magari mi capiterà di tradurlo. Allora maledirò l'inglese, i suoi cubi linguistici di Rubik nei quali non va mai a posto nulla, i suoi condensati di significato densi come dado da minestra che l'italiano brodoso allunga, perché sennò è come tuffare il cucchiaio in un vasetto di miso e infilarselo in bocca convinti che sia Nutella.
Maledirò e comincerò a pensare che badvocacy forse non è poi così elettrizzante.