Ilaria Dal Brun - traduzione e comunicazione
 
È risaputo che i titoli dei film tradotti non sempre vanno a segno. Per quanto riguarda la cinematografia tradotta in italiano, le lamentele nella maggior parte dei casi ruotano attorno a traduzioni "troppo libere", magari pensate più a fini commerciali che artistici. In questo senso, gli errori veri e propri di traduzione del titolo sono forse più rari, ma non inesistenti.
Les quatre cents coups è un film francese del 1959. Diretto da François Truffaut, narra i difficili primi anni dell'adolescenza di un ragazzino, tra incomprensioni e punizioni. La traduzione italiana del titolo è letterale: I quattrocento colpi. Quantunque la storia sia dolorosa, il titolo italiano dà l'impressione che il succo del discorso stia nelle punizioni corporali e non, come invece è, nel travaglio interiore del protagonista. L'incongruenza però diventa chiara se consideriamo che il titolo originale è semplicemente un'espressione idiomatica che indica un atteggiamento turbolento, il "fare il diavolo a quattro" (in riferimento al comportamento irrequieto del giovane). La cosa curiosa è che nemmeno la versione inglese del film se ne accorge e, di conseguenza, come l'italiana traduce letteralmente.
 
Morto che parla 25/04/2012
 
Come raccontavo nel precedente post, è simpatico ogni tanto rivolgere l'attenzione a notiziole d'intrattenimento, soprattutto perché si rivelano miniere di svarioni a volte non da poco.
Attirata dalla notizia che nel mondo esiste un panino talmente calorico da far venire un infarto, mi dolgo per il decesso della sfortunata di turno ma nel contempo non posso fare a meno di trovare la cosa quantomeno ironica. Decido così di cercare la notizia in lingua originale per inviarla a un amico... con un debole per la buona tavola. E sorpresa delle sorprese: la donna che nell'articolo italiano era risultata "senza vita" in quello inglese magicamente riprende il cammino su questa terra. Forse che gli americani hanno sette vite come i gatti? No, più semplicemente la donna, bontà sua, non era morta, bensì era stata trovata priva di sensi e si sta riprendendo.
Ma leggere gli articoli fino alla fine prima di tradurli no, eh?
 
 
Leggiucchiando tra una pausa e l'altra qualche notiziola leggera e simpatica, mi imbatto in quella che a naso sembra essere proprio una traduzione letterale e in questo caso del tutto fuorviante. Un arzillo e caparbio nonnetto giapponese vivrebbe infatti su un'isola deserta nutrendosi d'acqua e torte di riso. Torte di riso??? Ah però, si tratta bene il novello Robinson! Sì, perché a me "torta di riso" ricorda immancabilmente una cosa del genere.
E allora mi viene da pensare: non è che l'articolo sia stato frettolosamente tradotto, magari dall'inglese, dove è diffusa l'espressione rice cakes? La fonte infatti è un articolo del Daily Mail, dove si parla per l'appunto di rice cakes. Che non sono le casalinghe torte di riso (semmai rice puddings, a volerci trovare una qualche somiglianza), bensì possono essere le gallette di riso soffiato dal sapore di polistirolo o, data la nazionalità del protagonista, i mochi. Insomma, il nonnetto non si sbafa quattro o cinque torte al giorno ma, più verosimilmente, conduce una dieta molto frugale.
 
 
In un post precedente parlavo del vezzo, temo sempre più diffuso, di calcare "organico" sull'inglese organic. I calchi, soprattutto se nati da pigrizia traduttiva, mettono sempre a disagio, come giustamente fa notare Anna discutendo la traduzione italiana di location-based.
Molti anni fa, quando ero studentella, avevo preparato per un esame una breve ricerca comparativa di giochi di parole nelle pubblicità inglesi e italiane. Tra quelle che mi avevano colpito c'era questa:
_E ricordo che allora avevo avuto l'impressione che il gioco di parole incentrato su instant (e imbeccato dalla grafica) non fosse trasferibile in italiano. Questo perché io quel tipo di caffè l'ho sempre chiamato e tuttora lo chiamo "caffè solubile". Qualche giorno fa, però, rivedendo una traduzione mi sono accorta che il traduttore lo aveva tranquillamente tradotto con "caffè istantaneo". Calco, ho subito concluso. Il punto è che "caffè istantaneo" in Rete sembra essere piuttosto diffuso e ne riportano l'uso anche aziende produttrici del suddetto preparato. E allora, in questo caso si può ancora parlare di calco o non è forse che "caffè istantaneo" si è fatto ormai strada nella lingua italiana? Io continuerò a usare "caffè solubile", perché comunque "istantaneo" mi puzza di pigrizia. Ma magari, allargherò le braccia davanti al nuovo che avanza.
 
 
_Ne ho parlato in alcune occasioni, ma preferisco ripetermi perché il tema mi pare importante. Fra traduttori ci si aiuta spesso nella ricerca della traduzione "ufficiale" di eventuali citazioni che compaiono nel proprio lavoro. L'argomento delle citazioni è, di fatto, sostanzialmente ponderale o quantomeno lo è diventato a suon di richeste d'aiuto che danno per scontata la necessità di reperirne una traduzione già pubblicata da altri.
Io trovo che questo modo d'agire denoti una cura, un'attenzione al dettaglio e un amor di precisione davvero lodevoli da parte del traduttore, il quale abbandona per un attimo il ruolo appunto di traduttore per vestire i panni del ricercatore. Il dubbio però mi nasce nel momento in cui questa consuetudine, perché di consuetudine si tratta alla fin fine, viene presentata come regola dalla quale non è possibile prescindere. Come un dogma, insomma.
Anche nell'ambito più limitato della traduzione editoriale, ci sono situazioni in cui riportare la traduzione "ufficiale" di una citazione a mio parere non è utile per il testo sul quale si sta lavorando e in certi casi rischia addirittura di comprometterne la qualità.
Nel filo degli anni e delle traduzioni ho incrociato molte citazioni e, per quanto riguarda il mio settore, posso affermare che nella maggior parte dei casi erano citazioni tratte non da un testo che l'autore aveva consultato, bensì da siti web che raccolgono appunto citazioni, magari ordinandole per argomento. In (rari) casi la citazione era stata anche attribuita alla persona sbagliata. Dover ricercare la traduzione "ufficiale" di una citazione raggranellata chissà dove, senza alcun riferimento a un qualsiasi testo (se mai esistesse) richiede al traduttore una notevole quantità di tempo da sottrarre al resto del lavoro. Ma è, ovviamente, fattibile. Se non fosse che...
Siamo davvero certi che quella traduzione "ufficiale" si adatti alla nostra traduzione? Che davvero le conferisca un'aura di "autorevolezza" e dunque di maggior cura? Non sempre. Anzitutto, perché potrebbero esistere varie traduzioni e decidere quale tra loro sia la più "ufficiale" non mi sembra un compito di pertinenza del traduttore. In secondo luogo, perché qualora di traduzione ne esistesse anche solo una, potrebbe essere obsoleta o comunque presentare uno stile poco consono alla nostra. In terzo, perché la traduzione "ufficiale" potrebbe rispondere a requisiti stilistici di un editore che magari non sono quelli dell'editore che ci ha commissionato il lavoro. Infine - e capita spesso - il nosto autore ha magari rimaneggiato la citazione per farla corrispondere al suo discorso. E allora a chi devo mantenermi fedele io traduttrice? Al rimaneggiamento del mio autore o alla traduzione "ufficiale"? Chi scelgo di "tradire"?
 
 
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Non mi capita spesso di leggere mentre mangio. Non lo trovo comodo e per di più mi impedisce di godermi sia la lettura sia quello che ho nel piatto. Mi capita però - non troppo di frequente, ma mi capita - di leggiucchiare le scritte sulle confezioni di quello che mangio a colazione. Questa mattina è stata una di quelle giornate. E così mi cade lo sguardo sulla definizione di quello che sto sgranocchiando.

Ci penso su; la mia idea di "tartina" è molto diversa. Io la tartina la associo a un mezzo panino al latte o, in alternativa, a una mezza fetta di pancarré, spalmati di qualcosa e decorati a piacere, spesso con maionese e dunque, nella maggior parte dei casi, salati. Ecco perché mi è risultato difficile collegare "tartine tostate" alla sottile e croccante fetta che avevo io stessa imburrato e spalmato di miele bretone.
Del resto, i dizionari sembrano darmi man forte. "Fettina di pane piccola e sottile, variamente guarnita, per antipasti, dessert, tè" mi dice il Devoto-Oli 2008. Scende ulteriormente nei dettagli il dizionario Treccani: "Piccola e sottile fettina di pane (o anche di pane in cassetta, tostato, biscottato, o di preparazioni analoghe), rotonda, quadrangolare o triangolare, variamente guarnita (con burro o maionese, caviale, acciughe, tonno, formaggio, salumi, olive, ecc.), per antipasti, per dessert o per il tè". L'accento tutti e due lo mettono sul fatto che questa fetta di pane è già guarnita e non per la colazione. Un canapé, la potremmo definire. Insomma, la mia associazione d'idee non era del tutto sbagliata.
E allora, cos'era andato storto a colazione? Giro la confezione e capisco: il produttore è francese. Un semplice calco. Ed ecco che mi si presenta un'alta associazione d'idee, questa volta sul binario giusto: un solerte cameriere di un bell'albergo di fronte alla Gare du Nord, che a colazione mi chiede che marmellata desidero sulla mia tartine, una mezza baguette croccante al punto giusto.


 
 
Prendo ancora spunto dall'articolo sul matrimonio del caro Paul per evidenziare un altro termine-calco ormai entrato a far parte di molti discorsi: vegano. Vegano (o il semplice prestito vegan è chi ha fatto la scelta di non nutrirsi di prodotti animali e si distingue dunque dal vegetariano perché non rifiuta solo la carne, ma anche latte, uova, miele e insomma tutto ciò che implica il ricorso alla produzione animale.
Vegano/vegan sono ormai molto diffusi e da come la vedo io hanno spazzato via il precedente termine in uso per chi segue questa filosofia di vita, ossia "vegetaliano". Il termine vegetaliano indicava per l'appunto una persona che si nutre esclusivamente di alimenti provenienti dal regno vegetale, ma rischiava in continuazione di essere confuso con "vegetariano", che non implica necessariamente l'esclusione di prodotti animali. Da qui probabilmente il successo di vegano/vegan. Dovessi scegliere tra i due, comunque, propenderei per l'uso del termine inglese tout court. Perché magari sarà l'età, ma a me "vegano" fa subito pernsare a questi qui.
 
Calchi indigesti 10/10/2011
 
Ci sono calchi che non si digeriscono mai. Indipendentemente da quanto fai per mandarli giù, assimilarli, metabolizzarli, fartene una ragione, ti si abbarbicano alle pareti dello stomaco come un rotolo di garza - ops!- dimenticato. Da come la vedo io, i calchi più indigesti sono non tanto quelli prodotti da un'oggettiva difficoltà a trovare un traducente adatto, quanto quelli che tradiscono una sfacciata pigrizia mentale. Cioè: siccome non mi va di pensarci sopra, aggiungo una vocale in fine di parola et voilà, ho il corrispettivo italiano.
Tra questi calchi indigesti uno dei più fastidiosi, forse perché tanto diffuso, è per me organico (dall'inglese organic). Ne aveva già discusso Licia qualche tempo fa facendo appunto notare come organic non corrispondesse a organico, bensì a biologico.
L'Italia importa un po' di tutto, dalle idee (magari in ritardo) alle parole. Ma nel biologico, complice la prossimità di altri paesi (Francia, Germania) ben avviati in questo settore, non ha nulla da invidiare all'Oltremanica. Per cui no, Sir Paul McCartney non ha levato un calice di champagne organico per brindare alle sue nozze, ma ha bevuto - bontà sua - semplicemente champagne biologico.
 
 
UK and US audiences tend to be shown foreign films with subtitles and dubbing is generally left for movies and television series aimed at children. The reason being that, as audiences grow older, they prefer to hear a film's original language which gives a sense of place and adds to the atmosphere of a film.
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Although the number of dubbed foreign productions in the UK is low, the reverse is the case in some other countries. In Italy, France, Spain, Turkey, Hungary, Ukraine, Czech Republic, Slovakia, China, Iran, Russian-speaking countries and Francophones in Quebec, dubbing is so commonplace that some voice artists are even assigned to specific actors.

How to dub a film (click to read the rest of the article)

 
 
Una delle prime cose che chi entra in contatto con una famiglia inglese nota è che al mattino, a colazione, manca il tazzone di latte caldo o di caffelatte con i biscotti. Il latte lo si versa eventualmente freddo nel caffè o sui cereali. In alternativa, lo si beve, sempre freddo e "al naturale" o declinato in vari sapori, nell'arco della giornata.
Si tratta di una delle innumerevoli differenze culturali che in traduzione è saggio tenere a mente, ma che talvolta rischia di essere trascurata a favore di una resa "più letterale". Sarà per questo che stamattina mi ha particolarmente colpita l'attenzione data a questa differenza nella traduzione riportata sul cartone di una bevanda prodotta da una ditta italiana:

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Insomma, un bell'esempio di come si può aver cura dei "dettagli" anche in contesti dove spesso proprio questi dettagli vengono trascurati!