13th Translation Conference: Translation and Crime, University of Portsmouth (9 November 2013).Topics may include (but are not limited to): - The challenges of translating crime fiction
- Subtitling and dubbing thrillers
- Crime, translation and the law
- ‘True crime’ in translation
- The role of translation and interpreting in criminal justice
- Translation by and for criminals
- Translation as a crime
- Translation and forensic linguistics
- The representation of translation and interpreting in crime fiction and film
Deadline for submission of 300-word abstracts: 15 June 2013.
Applications are now open for proofreaders with Greek and Portuguese as their main languages. Applications available here and here, respectively. Deadline for both: 11 June 2013, 12.00 (Brussels time).
Siccome fuori piove e insomma, a dirla tutta è un bel po' che la primavera si fa vedere con il lanternino, illudendoci per poi farci sapere con un altro scroscio che stava solo scherzando... Ecco, mi sono dilettata a fare autopromozione. Un visual CV può rappresentare un complemento al CV vero e proprio, oltre a costituire un discreto "biglietto da visita" della propria presenza in Rete. Esistono varie strade per farlo. A me piace molto usare PowerPoint, per cui quando su Slideshare ho visto alcuni CV realizzati in questo modo mi sono detta: "Perché no?". Nulla tuttavia vieta di creare un visual CV da stampare e inviare a potenziali clienti, come dimostra questa collega. L'unico limite è l'immaginazione. Se poi invece di piovere splende il sole, se siamo oberati di lavoro o se semplicemente non intendiamo dedicare troppo tempo a questa forma di autopromozione, alcuni siti permettono di costruirsi visibilità senza darsi troppa pena. Tra questi io ho scelto Visualize.me. Ma anche About.me sembra interessante.
 Theo van Rysselberghe - Summer Afternoon (1901) Ho letto con molto interesse il post della FELT (Finnish-English Literary Translation Cooperative) sulla traduzione di un testo letterario scritto originariamente in finlandese ma ambientato nell’Inghilterra vittoriana. L’ho letto con piacere, dicevo, perché evidenzia quello che ritengo essere uno dei principali “scogli” che la traduzione ci presenta davanti, ossia quello di ricostruire, nella lingua d’arrivo, lo stesso “sapore” che il testo ispira nel lettore della lingua di partenza. Il post in questione mette giustamente in evidenza la necessità che il testo tradotto risulti credibile. Un lettore inglese che legge quel testo in traduzione inglese deve innanzitutto poter leggere un racconto nel quale trovare punti di riferimento, agganci linguistico-culturali che gli permettano – in quanto esponente di quella cultura – di identificarsi in esso. Cionondimeno, la traduzione di un testo ambientato nella cultura della lingua d’arrivo fa affiorare un ulteriore nodo non facile da sciogliere. Se io, lettrice italiana, mi gusto un bel racconto ambientato nell’Inghilterra di fine Ottocento, sono in grado di apprezzare e persino di assaporare certi elementi che mi sono stati trasmessi attraverso un precedente ingresso, nella mia cultura, di determinati stereotipi e la mia reazione a questi stereotipi. Tale reazione sarà tuttavia necessariamente diversa da quella del lettore inglese. Per fare un esempio, il mio modo di percepire il tè pomeridiano degli inglesi non si rifletterà nel modo in cui lo vede un inglese, al quale probabilmente verrà a mancare quel “favoleggiare” su tazzine di porcellana, candide tovaglie e tavolini immersi nel verde di un soleggiato giardino che invece caratterizzano la mia proiezione mentale. Cioè: magari l’immagine (tavolino, tazzine, giardino) è la stessa, ma mancherà il senso dell’esotico che induce me, lettrice italiana, a sognare. Il tutto per dire che anche nella migliore delle traduzioni rimane sempre un’incognita, una variabile che il traduttore, pur se equipaggiato con i più sofisticati strumenti, non può avere completamente sotto controllo.
Una collega mi segnala via Facebook questo articolo sui cognomi delle donne prima e dopo il matrimonio. L’ho trovato molto interessante, non tanto per la discussione di genere cui dà luogo, quanto perché evidenzia una “tradizione” che non trova risposta nella cultura italiana. È prassi comune nel mondo anglosassone che la donna, una volta sposata, adotti il cognome del marito, abbandonando quello della famiglia d’origine. In alcuni casi, il cognome d’origine può venire specificato in seconda posizione, preceduto dalla parola “ née”: Mrs X née Y. Nella tradizione italiana la donna tende invece a conservare il cognome della famiglia d’origine anche dopo il matrimonio, in determinate circostanze aggiungendo “in” o “coniugata” + cognome del marito, se questi è vivente, o “vedova” + cognome del marito, se defunto. Come genealogista dilettante, ho avuto occasione di sfogliare centinaia di atti di Stato Civile, ma non ricordo di aver mai riscontrato nella mia zona casi di “cambio di cognome”. Che si tratti di atti di nascita, matrimonio o morte, la donna viene sempre riportata con il cognome della famiglia d’origine. La tradizione sembra essere radicata a tal punto che qualche giorno fa, consultando assieme a un archivista alcuni atti tratti da registri canonici di fine Settecento, ci siamo meravigliati nel constatare che in un atto di battesimo il parroco aveva attribuito alla madre del battezzato il cognome del marito. Una cosa davvero inconsueta risultata, in seguito al confronto con altri atti relativi alla stessa coppia, una semplice svista. Ma allora, siamo davvero così “femministi”, in Italia? A ben guardare, no. Perché l’articolo 143 bis del codice civile recita: “ La moglie aggiunge al proprio cognome quello del marito e lo conserva durante lo stato vedovile, fino a che passi a nuove nozze”. Insomma, culturalmente parlando non siamo poi così progressisti rispetto al mondo anglosassone. La prassi sopra descritta, tuttavia, ci viene in soccorso, suggerendoci se non altro una parvenza d’indipendenza femminile.
Quando si traduce un testo dal francese, è buona cosa andarsi a controllare la provenienza dell’autore e soprattutto tenere bene a mente questa provenienza per tutta la traduzione. Anche i testi riguardanti argomenti con cui si ha dimestichezza, infatti, possono tendere delle trappole. In un elenco di alimenti con accanto il loro indice glicemico, mi sono imbattuta di recente in un misterioso beigne. “Refuso per beignet”, ho subito pensato. Dopotutto ci stava e, a onor del vero, non ero così lontana dal significato reale. Solo che non si trattava di un refuso, bensì di un termine con cui nel francese quebecchese si designa ciò che in inglese americano viene chiamato donut, ossia una ciambella fritta, anch’essa tanto per rimanere in tema diversa dal doughnut britannico, che invece spesso e volentieri equivale al nostro krapfen o bombolone che dir si voglia (ricordo certi doughnuts vergognosamente ripieni di crema al cioccolato, mangiati con la perizia di un funambolo). E non si è trattato, per riprendere il discorso, dell’unico esempio in cui il quebecchese mi ha messo in crisi. Se in un elenco, quindi con un contesto minimo, compare l’espressione miel de bleuet e noi siamo abituati a tradurre bleuet con “fiordaliso”, beh, ci mettiamo un po’ a renderci conto che si tratta di “mirtillo”. Ma l’importante, come sempre, è arrivarci! Magari con l’aiuto di una banca dati.
Ero consapevole dell’esistenza dell’alquanto risibile termine “sgambettamento”, riferito alle aree recintate che vari Comuni mettono a disposizione dei cani e dei loro proprietari. L’idea che all’animale venga data la possibilità, all’interno di queste aree, di sgranchirsi senza la costrizione del guinzaglio si riflette certamente in quello “sgambettare” forse solo un po’ troppo umano, ma a me trasmette invariabilmente l’immagine di un cagnettino smilzo che muove frenetico quattro “stuzzicadenti”. Sia quel che sia, le ho comunque sempre chiamate “aree di sgambettamento cani”. Adesso invece scopro che un nome più preciso ce l’hanno. Si chiamerebbero “sgambatoi”. E insomma io torno a casa, faccio un fischio al mio ipotetico Fido e gli annuncio: “Dai che oggi andiamo allo sgambatoio”. Non so perché, ma ho la sensazione che Fido mi guarderebbe come dire? Un po' in cagnesco.
Incuriosita dall’attualissimo scandalo “carne di cavallo”, leggo con piacere questo articolo, che trovo ben illustrare il problema. Ad un certo punto però mi cade l’occhio su un nome familiare, Warwick. Familiare perché è stata la mia università negli anni del dottorato. E leggo: “università Warwick”, che presumo essere la traduzione di Warwick University (così in genere chiamata, anche se la dicitura corretta è “ University of Warwick”). Qualcosa nella traduzione italiana non torna. “Università Warwick” da’ a intendere che quell’istituzione si chiami “Warwick”, sia cioè intitolata a un personaggio che risponde a questo nome, in analogia alla Johns Hopkins, per esempio. Non è questo il caso, giacché Warwick fa proprio riferimento all’omonimo e pittoresco paesello del Warwickshire. Università di Warwick. Che cosa può trarre in inganno in fase di traduzione? Beh, il fatto che l’Università di Warwick... non sorga a Warwick, bensì alla periferia di Coventry. Sul perché sia stato scelto il nome Warwick posso solo fornire un “sentito dire”, e cioè che la suddetta contea avrebbe donato gran parte dei terreni su cui è stato costruito il campus. Ciò detto, il dubbio linguistico legato al nome dell'università in questione è facilmente chiaribile con una rapida ricerca in Rete. Rimane l’altra possibilità, il refuso. È scappato un “di”, succede. E posso garantire che con refusi di questo tipo io mi ritrovo a combattere (i programmi di dettatura sono terribili, in questo senso) praticamente ogni giorno.
Me ne stavo quasi dimenticando, poi qualcuno mi ha ricordato che oggi dovrebbe ricorrere il Groundhog Day, tradizione popolare della Pennsylvania che ha come protagonista una marmotta incaricata di rivelare l’andamento della stagione. Se la marmotta vede la sua ombra uscendo dalla tana (ergo, se c’è il sole), l’inverno proseguirà per altre sei settimane. Me ne stavo quasi dimenticando, dicevo, non perché di norma ricordi facilmente l’evento di una marmotta meteorologa, ma perché il 2 febbraio è – in questi lidi – il giorno della Candelora, quello per cui qui nel Veneto si diceva che “de l’inverno semo fora”. Sempre che non piova o tiri vento, com’è il caso oggi, perché allora “de l’inverno semo dentro”. Il brutto tempo del 2 febbraio predirebbe insomma altro brutto tempo a venire. Ecco quindi che le candele ribattono alla marmotta con argomenti opposti. Chi vincerà? Beh, per quanto io sia legata alla Candelora dal ricordo della filastrocca imparata e ripetuta ad nauseam alle elementari, l’idea che con il brutto tempo la primavera sia alle porte non è da scartare. Oltremanica suona così: If Candlemas Day be fair and bright Winter will have another fight. If Candlemas Day brings cloud and rain, Winter won't come again.E l’Oltralpe gli fa eco: Quand pour la Chandeleur le soleil est brillant, Il fait plus froid après qu'avant.Ma bisogna dire che, in Francia come presumo in Italia, regione che vai, Candelora che trovi!
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